I controlli dell’Agenzia delle Entrate sui conti correnti bancari possono riguardare anche i semplici cittadini, non soltanto imprenditori e professionisti. A ribadirlo è la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 25843 del 26 settembre 2026, che conferma la possibilità per il Fisco di considerare reddito imponibile i versamenti bancari dei quali il contribuente non riesce a dimostrare l’origine.
Il principio si basa sull’articolo 32 del D.P.R. 600/1973, che prevede una presunzione legale relativa: in presenza di movimenti bancari contestati, spetta al contribuente dimostrare che le somme sono già state tassate oppure non sono soggette a imposizione fiscale.
Il caso dei 917mila euro di versamenti non giustificati
La pronuncia nasce da un accertamento relativo all’anno d’imposta 2008. L’Agenzia delle Entrate aveva contestato a un contribuente 917.473 euro di redditi non dichiarati, ricostruiti attraverso una serie di accrediti sui suoi conti bancari.
L’uomo, amministratore di due società del settore edilizio, non aveva presentato dichiarazioni dei redditi tra il 2004 e il 2009. Nel 2010 aveva inoltre dichiarato entrate particolarmente modeste, nonostante l’acquisto di un immobile di pregio finanziato con un mutuo da 600mila euro.
Questi elementi avevano portato l’amministrazione finanziaria ad approfondire la provenienza delle somme depositate sui conti.
La decisione della Cassazione sui controlli bancari
Il contribuente aveva contestato l’accertamento sostenendo che le presunzioni fiscali sui movimenti bancari potessero essere applicate soltanto a imprenditori e lavoratori autonomi.
Una tesi respinta prima dai giudici tributari e successivamente dalla Cassazione, che ha confermato l’applicabilità delle verifiche bancarie a tutte le persone fisiche, indipendentemente dall’attività lavorativa svolta.
Secondo la Suprema Corte, quando emergono versamenti non giustificati, il Fisco può utilizzarli per ricostruire il reddito imponibile senza dover necessariamente dimostrare da quale specifica attività provengano.
Versamenti e prelievi: quali sono le differenze
La sentenza richiama anche una distinzione fondamentale già stabilita dalla Corte costituzionale nel 2014.
La presunzione fiscale sui versamenti in entrata riguarda tutti i contribuenti, compresi lavoratori dipendenti e pensionati. Quella relativa ai prelevamenti bancari, invece, si applica ai titolari di reddito d’impresa, nei limiti previsti dalla legge.
Non significa che ogni somma depositata sul conto venga automaticamente tassata. Il contribuente può dimostrare che il denaro deriva, ad esempio, da un trasferimento tra propri conti, dalla restituzione di un prestito o da altre operazioni fiscalmente irrilevanti.
Come dimostrare la provenienza del denaro
Per contestare un accertamento dell’Agenzia delle Entrate non sono sufficienti spiegazioni generiche. Occorre fornire documenti e informazioni precise che permettano di collegare ogni versamento alla sua effettiva origine.
Nel caso esaminato dalla Cassazione, il contribuente sosteneva che gli accrediti fossero rimborsi di finanziamenti precedentemente concessi alle società che amministrava. Tuttavia, non era riuscito a fornire una documentazione analitica adeguata a giustificare i singoli movimenti.
La Suprema Corte ha quindi respinto il ricorso, confermando la legittimità dell’accertamento.
La decisione ribadisce l’importanza di conservare ricevute, contratti e documentazione relativa ai movimenti bancari, soprattutto quando si ricevono somme di denaro che non derivano direttamente da stipendi, pensioni o altri redditi già dichiarati.
